Pascoli romagnolo vero - Comune di San Mauro Pascoli (FC)

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UN PERCORSO PASCOLIANO

 

SAN MAURO PASCOLI – Non c’è niente di meglio per dipingere e tratteggiare il vero carattere del grande poeta romagnolo, che fare propri i ricordi e i racconti di chi lo conobbe di persona. Fra i tanti romagnoli che ebbero la fortuna di conoscerlo, troviamo Aldo Spallicci, medico e poeta che nel 1954 dedica addirittura un intero numero della sua rivista “La Piê” alla “Romagna di Zvanì”.

Sindaco Gori, qual è l’immagine di Pascoli agli occhi di Spallicci che all’epoca era un ragazzino che frequentava il ginnasio?


“Il primo incontro fra i due risale all’estate del 1903, quando Pascoli viene incaricato dal Ministero in qualità di Ispettore presso il Liceo di Forlì dove, tra gli alunni, c’era anche Aldo Spallicci. Il suo ricordo del poeta è legato al momento in cui lo vide entrare in classe insieme al Preside, non sapendo però chi fosse: “L’Ispettore quello? Ci era parso più il babbo di un nostro compagno rurale venuto a chiedere notizie del figliolo” racconta Spallicci, notando che sul suo volto non c’era nulla di severo e professorale”.

 

Quindi il Poeta negli atteggiamenti era del tutto lontano dalle convenzioni?


“Si, come afferma lui stesso, succedeva spesso che lo confondessero con un fattore per la semplicità dei modi e del vestire, non gli interessavano le formalità o i cerimoniali del mondo accademico; anche in questo – almeno secondo lo stereotipo – era un vero romagnolo, semplice, genuino. Spallicci ricorda anche lo stupore nel vedere il poeta conversare in modo del tutto famigliare con un loro compagno di scuola, un certo Rino Garavini, che aveva portato via con sé uscendo dalla scuola. Il ragazzo aveva poi confidato ai compagni che Pascoli lo aveva accompagnato fuori Porta Schiavonia, parlandogli della sua vecchia amicizia con suo padre, Direttore Didattico a Sogliano e dicendogli che a Castelvecchio, in Toscana, aveva voluto portare dei maglioli di Sangiovese per poter bere anche là un po’ di vino della sua terra. Pascoli portava con sé, ovunque andasse, la Romagna: i sapori, i profumi, le tradizioni, oltre che naturalmente i ricordi”.

 

La conoscenza tra Spallicci e Pascoli si concluse con quell’episodio?


“No, egli racconta che qualche anno dopo, quando Pascoli aveva sostituito Carducci nella cattedra di Letteratura Italiana a Bologna, Spallicci, studente universitario, si era recato un giorno in Via dell’Osservanza, dove il poeta abitava con la sorella Mariù: desiderava pubblicare una “rivistina romagnola” e voleva un consiglio circa il titolo. “Chiamarlo il Carro, intendo il nostro carro agricolo, temo che i più, i toscani ad esempio, intendano il veicolo a due ruote, quello che noi chiamiamo il baroccio” e Pascoli lo aveva interrotto a questo punto precisando: “e’ barozz, parchè ad dialet a m’n’ intend enca me”, aggiungendo poi “ Va benissimo Plaustro”. Spallicci l’anno dopo, nel 1911, fece uscire il primo numero del suo Quindicinale d’Illustrazione Romagnola, “Il Plaustro”.

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